Da molti anni realizzo ritratti fotografici e servizi boudoir fine art. Chi osserva il mio lavoro mi chiede spesso da dove nasca questa estetica così vicina alla pittura. La risposta affonda le sue radici molto prima della fotografia: dalla pittura.
In realtà è una risposta che semplifica molto le cose, perché la pittura è entrata nella mia vita molto prima della fotografia. Se oggi guardo una scena in un certo modo, se costruisco un ritratto cercando una determinata luce o una particolare armonia tra le forme, è perché quel modo di osservare il mondo si è formato lentamente, nel corso degli anni, ancora prima che prendessi in mano una macchina fotografica.
Da bambina disegnavo continuamente. Era una cosa del tutto naturale. A scuola ero quella che veniva chiamata quando c’era da realizzare un cartellone o un lavoro un po’ più elaborato, e spesso gli insegnanti mi facevano uscire dalla classe per andare a disegnare. A casa, poi, respiravo un’atmosfera in cui il disegno e la pittura erano parte della quotidianità.
Mia madre amava dipingere. Per molto tempo ha lavorato con i colori a olio, poi con le tempere e, più tardi, con quelle grandi scatole di pennarelli che contenevano decine e decine di sfumature. Disegnava soprattutto fiori. Passava interi pomeriggi a dipingerli, li incorniciava, li trasformava in piccoli lavori da appendere alle pareti di casa. Io la osservavo senza rendermi conto che, in qualche modo, stavo imparando anch’io.
Ripensandoci oggi, credo che il mio rapporto con i fiori nasca proprio lì. Per questo nelle mie fotografie non sono mai semplici elementi decorativi. Entrano nella scena con un loro significato, dialogano con la persona ritratta e contribuiscono a costruire il racconto dell’immagine.
Durante gli anni del liceo classico ho avuto la fortuna di incontrare un’insegnante di Storia dell’Arte che insegnava con un entusiasmo contagioso. È stata una presenza importante, ma se penso al luogo che più di ogni altro ha formato il mio sguardo, torno sempre con la mente alla National Gallery di Edinburgh.
Sono italo-britannica e, fino all’università, trascorrevo ogni estate in Scozia, dove vivevano i miei nonni. Ogni anno dedicavo almeno un paio di pomeriggi a quel museo. Era uno dei miei luoghi preferiti. Entravo, mettevo le cuffie del walkman e mi sedevo davanti ai quadri. Potevo restare anche mezz’ora davanti alla stessa opera, senza alcuna fretta di passare a quella successiva.
All’epoca non pensavo di stare studiando. Semplicemente guardavo.
Solo molti anni dopo ho capito quanto quelle ore siano state importanti. Un dipinto ti educa alla lentezza. Ti insegna che un’immagine non si esaurisce nel primo sguardo. Più tempo le dedichi, più cominci ad accorgerti di dettagli che prima erano invisibili: una mano appena illuminata, il riflesso di un tessuto, un’espressione trattenuta, un gesto quasi impercettibile.
È una lezione che continuo a portare con me ogni volta che fotografo.
Prima ancora di prendere in mano la macchina fotografica, infatti, costruisco la fotografia nella mia mente. Penso alla luce, allo spazio, ai colori, al ritmo della composizione, a ciò che entrerà nell’inquadratura e a ciò che resterà fuori. Ogni elemento ha un peso e contribuisce all’equilibrio dell’immagine, proprio come accade in un dipinto.
Tra gli artisti che più mi hanno influenzata c’è sicuramente Velázquez. Ogni volta che osservo i suoi lavori rimango colpita dal modo in cui la luce attraversa la scena, facendo emergere lentamente una figura dal fondo scuro. Nulla sembra casuale. Lo sguardo viene guidato con una naturalezza straordinaria e ogni zona d’ombra acquista la stessa importanza della luce.
Un’altra presenza costante è John Singer Sargent. Nei suoi ritratti mi affascina il modo in cui postura, espressione, abiti e colore convivono in perfetto equilibrio. Ogni dettaglio partecipa alla costruzione dell’immagine e contribuisce a raccontare qualcosa della persona ritratta.
Accanto alla pittura, anche il cinema ha avuto un ruolo fondamentale. Sono cresciuta in una famiglia dove si guardavano molti film e, negli anni, mi sono ritrovata ad amare autori del panorama nordico, nei quali la luce, il silenzio e il tempo hanno la stessa importanza dei dialoghi. Le immagini respirano, lasciano spazio all’osservazione e permettono a chi guarda di entrare lentamente nella scena.
È anche il modo in cui cerco di costruire le mie fotografie.
Mi piace pensare che una fotografia possa continuare a raccontare qualcosa anche dopo il primo sguardo, quando l’effetto iniziale lascia il posto a una visione più lenta e attenta. È in quel momento che, per me, un’immagine comincia davvero a vivere.
La luce come linguaggio nel ritratto
Osservare la pittura non mi ha insegnato a riprodurne un’estetica. Mi ha insegnato qualcosa di molto più importante: guardare la luce.
Quando preparo un ritratto fotografico, sia che si tratti di un servizio boudoir sia di un ritratto editoriale, la luce è sempre il primo elemento da cui parto. Non mi interessa che illumini semplicemente una persona. Cerco una luce che riesca a raccontarla, che accompagni il volto, il corpo e i gesti con naturalezza, mettendo in risalto solo ciò che è davvero essenziale.
Per questo amo lavorare con le ombre. La luce, per me, è quasi una pennellata: sfiora un volto, attraversa una mano, segue la linea di una clavicola, si posa su un dettaglio e lascia che il resto rimanga appena accennato. Non sento il bisogno di mostrare ogni cosa. Al contrario, trovo che un’immagine diventi più interessante quando lascia spazio all’immaginazione e permette a chi la osserva di completarla con il proprio sguardo.
È una delle lezioni più preziose che mi ha lasciato la pittura. La luce non serve soltanto a rendere visibile una scena: serve a guidare l’attenzione, a creare equilibrio, a dare valore a ciò che scegliamo di mostrare. E’ questa ricerca che rende il mio approccio al boudoir vicino alla pittura.
Lo stesso accade quando fotografo una persona, perché prima ancora di pensare a una posa, cerco di capire chi ho davanti. Nel boudoir e nel ritratto contemporaneo incontro donne molto diverse tra loro e ognuna ha un modo diverso di occupare lo spazio, di muoversi e di esprimersi. Alcune comunicano moltissimo attraverso lo sguardo, altre hanno una presenza fisica molto intensa, altre ancora parlano con piccoli movimenti, con il modo in cui sfiorano un tessuto o tengono una mano. Non esiste una formula che funzioni per tutti, ed è proprio questo a rendere ogni ritratto diverso dal precedente.
Anche quando preparo uno shooting con un’idea molto precisa, lascio sempre spazio a ciò che accade durante l’incontro. Ho una direzione, una palette, una composizione che immagino già nella mia mente, ma poi la persona che ho davanti porta inevitabilmente qualcosa che non avevo previsto. A volte è un gesto spontaneo, altre uno sguardo, altre ancora un modo di muoversi che cambia completamente l’equilibrio della scena ed è proprio questo che oggi cerco di portare in ogni mio servizio fotografico boudoir e in ogni ritratto.
Quando il cinema entra nella fotografia
Se la pittura mi ha insegnato a osservare la luce, il cinema mi ha insegnato a osservare il tempo.
Sono cresciuta in una famiglia in cui il cinema occupava un posto importante e, nel corso degli anni, ho scoperto autori molto diversi tra loro, da Ingmar Bergman a Lars von Trier, da Jane Campion fino a Hlynur Pálmason. Film come Il settimo sigillo, Melancholia, Lezioni di piano, Un angelo alla mia tavola, Godland o Il pranzo di Babette di Axel hanno accompagnato momenti diversi della mia vita e continuano ancora oggi a rappresentare una fonte inesauribile di ispirazione.
Quello che mi colpisce ogni volta che li riguardo è la capacità di lasciare che un’immagine esista nel tempo, senza avere fretta di passare a quella successiva. Lo spettatore viene accompagnato dentro la scena con naturalezza e ha il tempo di osservare una persona che cammina, una mano che sfiora un oggetto, un abito che viene sistemato, una finestra attraversata dalla luce o un paesaggio immobile che sembra respirare insieme ai personaggi.
Molte di queste azioni potrebbero sembrare irrilevanti se descritte a parole, eppure è proprio nella loro apparente semplicità che acquistano forza. Hanno qualcosa di profondamente rituale. Raccontano il modo in cui un gesto prende forma, il ritmo con cui viene compiuto e il tempo necessario perché assuma un significato. Forse è proprio il gesto quotidiano ad affascinarmi di più. Il modo in cui una persona sistema una manica, raccoglie un fiore, sfiora un tessuto o resta semplicemente in silenzio. Pina Bausch ha costruito gran parte del suo lavoro sul significato del fare, sulla ripetizione dei gesti e sulla loro capacità di raccontare una persona. Credo che anche la fotografia, a volte, viva della stessa attenzione.
Credo che questo abbia influenzato profondamente anche il mio modo di fotografare.
Quando lavoro, mi interessa costruire immagini che restituiscano la sensazione di un momento vissuto. Mi capita spesso di fotografare una donna mentre si sistema un abito, raccoglie i capelli, abbassa lo sguardo o sorride senza accorgersene. Sono gesti che durano pochi istanti, ma proprio per questo possiedono una naturalezza che difficilmente potrebbe essere ricreata. Molte delle fotografie a cui sono più affezionata nascono proprio così, quasi tra uno scatto e l’altro, quando la persona smette di pensare alla macchina fotografica e torna semplicemente a essere presente.
Anche la scelta di evitare il contatto diretto con l’obiettivo nasce da questa idea. Uno sguardo rivolto verso la macchina fotografica stabilisce immediatamente una relazione con chi osserva; quando invece gli occhi seguono un’altra direzione, l’attenzione si allarga e comprende tutta la scena. Lo spettatore ha la sensazione di assistere a qualcosa che sta accadendo, come se fosse entrato silenziosamente in una stanza senza interrompere ciò che vi sta succedendo.
È probabilmente uno dei motivi per cui continuo ad amare così tanto il cinema e i paesaggi del Nord Europa. In molte delle immagini che porto con me, sia nei film sia nella pittura, le figure umane occupano una parte minima dello spazio. Il paesaggio, la luce e l’atmosfera partecipano al racconto con la stessa intensità dei personaggi, creando un equilibrio in cui ogni elemento contribuisce alla costruzione dell’immagine.
È quello spazio, fatto di silenzi, di luce e di tempo, che continuo a cercare anche oggi ogni volta che preparo una fotografia.
Dalla teoria all’incontro
Tutto quello che ho imparato osservando la pittura e il cinema prende forma ogni volta che entro in studio e incontro una persona. Sono riferimenti che fanno parte del mio modo di guardare e che, naturalmente, influenzano anche il modo in cui costruisco un ritratto.
C’è una frase che sento ripetere quasi ogni giorno:
“Non sono fotogenica.”
Negli anni ho imparato ad ascoltarla con grande tranquillità, perché so che dietro quelle parole si nasconde quasi sempre la stessa esperienza. Ognuno di noi cresce osservando il proprio volto nello specchio e, con il tempo, costruisce un’immagine molto precisa di sé. Quando ci vediamo in fotografia, quella familiarità cambia improvvisamente prospettiva e può creare una sensazione di estraneità. È una reazione assolutamente normale, che accomuna moltissime persone, indipendentemente dall’età o dall’aspetto.
Per questo motivo considero ogni servizio fotografico come un percorso che inizia molto prima del primo scatto. Dedichiamo tempo a sciogliere la tensione, a respirare, a rilassare il corpo e, soprattutto, quei piccoli muscoli del viso che, senza rendercene conto, trattengono gran parte dell’emotività. Gli occhi, la mandibola, le labbra e la fronte raccontano immediatamente quando siamo tesi; basta imparare ad ascoltarli perché il volto cambi espressione con sorprendente naturalezza.
È un lavoro che richiede tempo, osservazione e ascolto. Mentre accompagno una persona durante il servizio, cerco di capire dove si sente più a suo agio, quali gesti le appartengono davvero e quali, invece, nascono soltanto dal desiderio di “mettersi in posa”. A quel punto la fotografia smette di essere una costruzione rigida e comincia a seguire il ritmo della persona che ho davanti.
Ripenso spesso a tutto ciò che ho imparato osservando i dipinti nei musei o i film che mi hanno accompagnata negli anni. Più che suggerirmi un’estetica, mi hanno insegnato la pazienza, l’attenzione ai dettagli e la capacità di aspettare il momento giusto. Una luce cambia nell’arco di pochi minuti, uno sguardo si trasforma per un istante, un gesto compare e scompare con la stessa rapidità. Fotografare significa anche riconoscere quell’attimo e avere il tempo di accoglierlo.
È probabilmente questo che continuo a cercare ogni volta che realizzo un ritratto: immagini capaci di andare oltre la semplice somiglianza e di restituire una presenza, un’atmosfera, una sensazione. Mi emoziona quando qualcuno rimane davanti a una fotografia qualche istante in più del previsto o mi racconta di essersi commosso osservandola. In quei momenti ho la sensazione che quell’immagine abbia trovato un punto d’incontro tra il mio sguardo e quello di chi la osserva, ed è forse il risultato più bello che possa desiderare.
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